TRABOCCHI ABRUZZESI - LE ANTICHE ORIGINI ED IL MISTERO DEI FENICI
- Scritto da Ivan Cicchetti
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Redazione- Scritti, dipinti e fotografati lungo i decenni da passanti catturati dalla loro intrinseca magia, i trabocchi condividono un’origine decisamente incerta e nebulosa, che per qualcuno affonda nella notte dei tempi. Varie teorie aleggiano sulla loro nascita: alcuni la fanno risalire all’ingegnosità dei Fenici, che nel loro periodo di massimo splendore (circa 1000 anni avanti Cristo) piazzarono vari insediamenti, a scopo commerciale, sulle coste italiane.
Una teoria però piuttosto traballante: questo popolo di pescatori, navigatori e commercianti nel nostro Paese arrivò soprattutto in Sicilia e Sardegna e, come ci hanno confermato anche Lucia Galasso, antropologa del cibo, e il professor David Lodesani, non ci sono evidenze archeologiche che li vedono stanziati sulle coste abruzzesi. Inoltre, se davvero ci fosse un legame tra i trabocchi e i Fenici, queste strutture sarebbero dovute essere presenti anche nelle zone di loro sicura "frequentazione" . Nelle nostre due grandi isole, però, non ce ne è traccia.
Prove certe del loro insediamento sulla costa adriatica del Centro Italia, insomma, non ne esistono. Non sarebbe però da escludere a priori che questo popolo, di grande tradizione marittima, non sia anche arrivato fin qua. Il dubbio, insomma, rimane, anche se noi sentiamo di escludere la derivazione fenicia.
Di loro se ne parla sicuramente nel 1200, in quanto un antico manoscritto attribuito a Padre Stefano Tiraboschi descrive un mare “punteggiato di trabocchi”. Altre fonti, invece, fissano l’affermazione di queste costruzioni al 1700. Si capisce insomma come non ci sia chiarezza a proposito, così come non ce ne è riguardo la genesi del nome. Alcuni sostengono che derivi dal “trabocchetto” che veniva tirato ai pesci, che inconsapevoli della presenza delle reti nuotavano tranquilli nelle loro acque prima di essere catturati. Altri dichiarano che l’origine sia collegata dal sistema di comando che azionava le funi.
Ciò che è certo è che queste costruzioni servissero, inizialmente, per la pesca e il sostentamento delle popolazioni locali, che così potevano evitare di addentrarsi in alto mare (con tutti i rischi del caso) attingendo “tranquillamente” dai pressi della riva, a poche decine di metri dalla terraferma e con le strutture fissate lì dove il fondale è almeno a 6 metri. Nell’epoca moderna della pesca di massa i trabocchi hanno progressivamente perso la loro funzione, finendo a un passo dal definitivo abbandono soprattutto nella prima parte del 1900. Lavori di recupero e manutenzione nei decenni successivi hanno contribuito a riportarli agli antichi splendori, nel nome di un turismo sostenibile e di un nuovo modo di intendere e fruire una ristorazione che racconti e incarni il territorio di appartenenza.
Oggi più che mai sono strutture e simboli da proteggere, attrazioni che catturano turisti e passanti come in passano hanno ispirato poeti, scrittori e artisti. Ora i trabocchi sono rinati in tutta la loro affascinante e apparente instabilità, sino a diventare “semplici” attrazioni oppure ristoranti (appositamente rinforzati) in grado di raccontare una storia millenaria ma che mantengono, con le dovute differenze, un sottile filo rosso con le loro origini: sostentamento e, perché no, convivialità.
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