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VENEZUELA, PRES. PAVONCELLO (JOHN CABOT UNIVERSITY): AMERICA PUNTA AI PROXIES PER COLPIRE I GRANDI AVVERSARI STRATEGICI

Venezuela, bandiera Venezuela, bandiera

Prof Argentieri: terreno per una ricostruzione democratica è fertile. Ma ora è troppo presto per dire se l’operazione americana ha avuto successo

Redazione-  “Qual è la vera ragione dell’azione americana? Neil Ferguson ha parlato della necessità di intaccare le forniture di petrolio alla Cina in un trend che  sembrerebbe portare a una guerra tra le due grandi potenze globali del momento; c’è l’interessante ritorno della Dottrina Monroe; osservando gli eventi che hanno seguito il 7 ottobre, sembra che la scuola americana sia oggi quella di attaccare i proxies piuttosto che attaccare frontalmente la Grande Potenza che li anima. Ricordiamo la situazione di Cuba e Unione Sovietica all’epoca di Kennedy, forse Trump al suo posto avrebbe preferito attaccare Cuba invece che impegnarsi in un confronto con i sovietici”. E’ quanto ha dichiarato il presidente della John Cabot University Franco Pavoncello aprendo i lavori del dibattito ‘Il futuro del Venezuela’ organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs.

Per il prof. Federigo Argentieri, direttore del Guarini Institute for Public Affairs “la vera domanda è: c’è stato un cambio di regime in Venezuela? O ci troviamo davanti a un Chavismo-madurismo senza Chavez e Maduro? Sicuramente è importante notare che prima dell’ascesa di Chavez il Venezuela aveva stabilito una delle migliori tradizioni democratiche del Sud America, quindi il terreno per una ricostruzione democratica è fertile. Al momento, tuttavia, è troppo presto per dire se l’operazione americana ha avuto successo o meno nel cambiare sostanzialmente la situazione in Venezuela”.

Secondo Simone Tholens (professoressa associata di Relazioni Internazionali della JCU, “in questo contesto si nota che la forma di intervento internazionale che si va configurando è simile a quella che caratterizza l'interesse verso in Ucraina, ovvero un focus sulle infrastrutture. Dobbiamo parlare di ricostruzione della Nazione venezuelana in termini di restauro di livelli di funzionalità dello Stato. La sfida dunque è anche su chi sarà protagonista di questa ricostruzione”.

“La difficoltà oggi è – ha osservato il prof. Gregory Alegi della Luiss- prima ancora che giudicare la politica estera americana, tracciarne le linee. In particolare ciò che possiamo dire sul Venezuela al momento è che a livello tecnico l’estrazione di Maduro è stata impressionante, ma sotto altri aspetti le prospettive sono difficili da interpretare. Ciò è tanto più vero se si tenta di collegare il Venezuela a tutte le altre iniziative in corso per dar loro un senso univoco. E' sicuramente positivo, rispetto al recente passato, che si sia rinunciato al regime change immediato, ma dato che l’amministrazione Trump è a tutti gli effetti un regime personale è impossibile fare previsioni".

Professor Paolo Wulzer dell’Università L’Orientale di Napoli  ha invece sottolineato “un’interessante differenza tra l’intervento venezuelano e altri simili  volti a un cambio di regime è  il fatto che la democrazia non è così centrale come è stato fatto sembrare nei casi precedenti. Quando l’amministrazione Trump spiega l’intervento si parla sempre di sicurezza regionale e interessi americani, come quello della guerra al narcotraffico. Questo cambio di narrativa politica si riflette nel recente National Security Strategy della Casa Bianca in cui la parola ‘democrazia’ compare 2 volte, mentre compariva ben 18 volte nell’ultimo NSA pubblicato dalla presidenza Biden”.

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