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FMI- I MIGRANTI ARRECANO SVILUPPO E MIGLIORANO LE ECONOMIE DEI PAESI OSPITI

Fmi Fmi

Redazione- Mentre l’Italia continua ad affrontare sostanzialmente da sola la scottante questione dell’immigrazione clandestina, ecco che si alza la voce del Fmi, il Fondo monetario internazionale. Ma non per invocare sostegno al nostro Paese.L’organismo istituito nel 1945 per scongiurare il ripetersi di gravi crisi economiche, infatti, è sceso in campo affermando ufficialmente che i migranti non solo non rappresentano un peso per le economie degli Stati che li ospitano ma addirittura favoriscono lo sviluppo delle Nazioni.

Una tesi lanciata in un nuovo capitolo del World Economic Outlook su "Gli effetti macroeconomici delle migrazioni globali" diffuso in occasione della Giornata del Rifugiato. Il Fmi spiega che affermare il contrario sia una "idea sbagliata" visto che nelle economie avanzate"aumentano la produzione e la produttività sia a breve che a medio termine".

Per ribadire questo concetto, l’organizzazione mostra un aumento di 1 punto percentuale nell'afflusso di immigrati rispetto all'occupazione totale aumenta il Pil di quasi l'1% entro cinque anni dal loro ingresso. In particolare, per quanto riguarda l'immigrazione di carattere economico, l'analisi sottolinea le competenze professionali dei nuovi arrivati e quelle dei lavoratori autoctoni apportano al mercato del lavoro una serie diversificata di abilità ed esperienze che "si completano a vicenda e aumentano la produttività". Secondo l'Fmi "l'aumento della produttività derivante dall'immigrazione apporta benefici al reddito medio" dei residenti originari. Lo stesso Fondo ammette che è diverso lo scenario legato all'immigrazione di rifugiati nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo, un fenomeno che ha anche connotazioni politiche, essendo legato a guerre o discriminazioni, e nel quale si riflettono le difficoltà che questi migranti devono affrontare per integrarsi nei mercati del lavoro locali.

Fmi ribadisce che "le migrazioni portano grandi benefici ai paesi ospitanti e offrono un'opportunità per una vita migliore" a chi vi si trasferisce ma allo stesso tempo riconosce che questo fenomeno "può anche creare sfide distributive, poiché i lavoratori autoctoni in specifici segmenti di mercato potrebbero essere danneggiati dal punto di vista economico, almeno temporaneamente". Per questo motivo, il Fondo invita i governi ad adottare politiche fiscali e del mercato del lavoro che "dovrebbero essere utilizzate per sostenere il reddito e la riqualificazione dei lavoratori locali" mentre, sul fronte degli immigrati, a mettere in campo politiche orientate all'integrazione "come la formazione linguistica e un più facile riconoscimento dei titoli professionali, possono aiutare a ottenere risultati ancora migliori" da questi flussi nei Paesi ospitanti. Inoltre, per l'Fmi, "è necessario un coordinamento delle politiche internazionali per affrontare le sfide della migrazione dei rifugiati" a partire dalla "condivisione dei costi di accoglienza e la promozione della loro integrazione" nelle economie emergenti e in via di sviluppo.

Da una ricerca diffusa sempre dal Fondo emerge che in 30 anni il numero di quanti possono essere definiti migranti è più che raddoppiato a livello globale, passando dai 120 milioni del 1990 ai 270 milioni del 2019. Ma la loro quota è rimasta pressoché stabile, intorno al 3% degli abitanti totali, per via dell'incremento della popolazione mondiale. La quota di immigrati nelle economie avanzate, però, è aumentata in questo stesso lasso di tempo passando dal 7% al 12% mentre quella nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo è rimasta stabile intorno al 2%. Tendenzialmente, ha osservato l’Fmi,"i migranti si stabiliscono nella loro regione d'origine" ma "una parte significativa della migrazione internazionale ha luogo su lunghe distanze (ad esempio, dall'Asia meridionale al Medio Oriente) e, in particolare, dai mercati emergenti e dalle economie in via di sviluppo verso economie avanzate". Al contrario, i movimenti dei rifugiati sono "un fenomeno più localizzato dal momento che le popolazioni vulnerabili lasciano improvvisamente le loro abitazioni con poche risorse e si spostano verso destinazioni più sicure, di solito vicine al paese di origine".

L'analisi spiega che "uno dei motivi principali per cui le persone migrano sono le differenze di reddito tra i paesi di origine e quelli di destinazione. I paesi con un reddito pro capite inferiore sperimentano una maggiore emigrazione, ma solo se non sono troppo poveri". A dimostrazione di ciò vi è un elemento preciso. "Nei Paesi con un reddito pro capite all'origine inferiore a 7000 dollari- ha spiegato il Fondo- l'emigrazione è più bassa verso le economie avanzate: e questo suggerisce che le persone rimangono intrappolate nella povertà poiché non hanno le risorse necessarie per superare i costi delle migrazioni".

Ma negli ultimi mesi, a causa dell’emergenza sanitaria, si è registrato"un brusco arresto delle migrazioni". Per il Fondo se il lockdown "è temporaneo, la pandemia può aggiungere un sentimento generale di resistenza e avere effetti a più lungo termine sulla volontà dei paesi di accogliere i migranti". Infine, l’Fmi ha sottolineato che "una minore immigrazione e un'elevata disoccupazione nelle economie di destinazione danneggerebbero i Paesi di origine, in particolare quelli più poveri, che dipendono

in modo significativo dalle rimesse che i lavoratori migranti rimandano a casa".

Ultima modifica ilVenerdì, 03 Luglio 2020 11:55

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