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L’ARTE DI MARIO VESPASIANI IN MOSTRA NEI MUSEI D'ABRUZZO

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Redazione-  Nel complesso sistema dell’arte contemporanea la ricerca di Mario Vespasiani occupa un capitolo a parte. Il suo processo creativo non si esaurisce nella pittura né dentro al gesto che la attraversa, ma si configura come un movimento di apertura, una tensione costante verso ciò che eccede la forma visibile. L’opera non coincide con il proprio farsi, né si chiude nella superficie che la sostiene: è piuttosto il risultato di una ricerca orientata, un atto che assume la materia come soglia e non come fine. La trasformazione, in questo senso, non è immanente alla cosa, ma avviene attraverso un superamento, un passaggio che conduce il segno oltre se stesso. La linea, la parola, la struttura formale non nascondono la luce: la invocano, la cercano, la espongono come possibilità. nella storia dell'arte Vespasiani si colloca così nella dimensione eminentemente poietica, dove la creazione implica una distanza, uno passo in avanti, una chiamata.

Ciò che potrebbe apparire come resto, traccia o residuo non viene assunto come valore in quanto tale, ma come luogo di attraversamento. La materia pittorica non è redenta semplicemente perché esiste, ma perché è sottoposta alla disciplina del segno, a un esercizio di concentrazione che la orienta verso una forma altra. In questo senso, la trasformazione coincide con un cammino verticale, un’ascensione che pur essendo salda nell’origine, ma non vi resta prigioniera. Anche il confronto con il limite, con il vuoto o con il silenzio, non produce una permanenza nel già visto o nell’informe, al contrario, esso funge da condizione preliminare per un atto di ordine e di misura. L’opera affiora da un momento di sospensione, ma tende a una ricomposizione, a una chiarezza che non è  definitiva, bensì continuamente rimessa in gioco.

L’arte colta di Mario Vespasiani si definisce così come una pratica di trasfigurazione non prevedibile, dove ogni forma è il risultato di una scelta, di una responsabilità del gesto, di un orientamento dello sguardo. La creazione non è allora la manifestazione di una pienezza che si svela col soggetto, ma l’esito fragile e necessario di un atto che cerca - attraverso la forma - un senso che la trascende. La sua opera si inscrive in una zona di tensione in cui la forma non è mai autosufficiente, ma si offre come segno di un oltre, come traccia di una realtà che non si lascia possedere interamente dallo sguardo. Il suo particolare procedere non si chiude nella materia dell'opera, né si risolve nel linguaggio piuttosto funziona come un atto di orientamento, come un tentativo di accordare il visibile con la dimensione che lo supera.

La materia, lungi dall’essere considerata portatrice di una verità già compiuta, assume il ruolo di soglia simbolica, non contiene il compimento, ma lo evoca; non garantisce la trasformazione, ma ne custodisce la possibilità. L’atto artistico diviene allora una forma di esercizio spirituale, in cui il lavoro sulla forma coincide con un lavoro su di sé, su ciò che orienta lo sguardo e ne misura le attese. La dimensione del limite non è vissuta come una conclusione, ma come una condizione generativa. Il vuoto, il silenzio, l’interruzione non producono un’estetica della mancanza, bensì aprono un tempo di attesa, una sospensione che rende possibile l’emergere di una forma necessaria. In questo caso, l’opera non afferma una pienezza, ma una fedeltà al processo, una vigilanza costante nei confronti del senso che si manifesta solo parzialmente. 

Sul piano filosofico, l’arte di Vespasiani si colloca in un orizzonte in cui la creazione è inseparabile dalla responsabilità del gesto: ogni forma è una decisione, ogni configurazione un rischio. L’opera allora non si limita a mostrare, ma interroga. In questo modo, l’esperienza estetica si trasforma in esperienza di "soglia": non un approdo, ma un passaggio. La sua arte proprio perché in costante evoluzione non promette una lettura definitiva, ma indica una direzione, un orientamento possibile. È in questa tensione non risolta, in questa apertura mai colmata, che il lavoro di Mario Vespasiani acquisisce la rilevanza più autentica di stella dell’arte italiana: quale pratica che, attraverso lil soggetto continuando a interrogare il mondo visibile e la sua irriducibile eccedenza.

MARIO VESPASIANI

STARS AND TEARS

a cura di Giuseppe Bacci e Francesco Binetti

MUSEO DELLE GENTI D’ABRUZZO 

PESCARA

Periodo: fino all'8 febbraio 2026

MARIO VESPASIANI presente alla

XVI BIENNALE D'ARTE SACRA

a cura di Giuseppe Bacci

MUSEO STAURÒS 

SAN GABRIELE (TE)

Periodo: fino 31 gennaio 2026

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