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IL CODICE GENETICO DELL' UOMO NON ACCETTA LA PARITÀ ! | FILO DIRETTO CON I LETTORI DI ALESSANDRA HROPICH

FILO DIRETTO CON I LETTORI FILO DIRETTO CON I LETTORI

Redazione-  Sono sconvolta, ho letto il suo caso di ieri sempre sul suo giornale di sempre e mi sembra assurdo che lei sostenga il pensiero del Ministro della giustizia a discapito dei cittadini. Ho capito male io o lei è con il Ministro?
Sono una femminista convinta dei diritti delle donne fino al midollo, come può essere, una persona colta e preparata come lei in totale sintonia con un uomo che ha fatto un commento poco adatto alle donne?
Mi faccia capire, lei concorda sulla frase: " Il codice genetico dell' uomo non accetta la parità"
Mi dica che non è vero.
Samanta da Terralba


Cara Samanta,
capisco bene il tuo sconvolgimento e la tua domanda: no, non sono “con il Ministro” in senso politico o personale. Ciò che condivido – e che ho confermato nel mio intervento – non è la sua figura, ma la verità scomoda che le sue parole hanno fatto emergere: la parità tra donne e uomini, in Italia, è ancora lontanissima.
È questo il punto che difendo. Non l’uomo, non il ruolo istituzionale, ma la realtà dei fatti, quella con cui molte donne, me compresa, fanno i conti da una vita.
Le dichiarazioni recenti sulla difficoltà, tutta maschile, di accettare una vera parità hanno scatenato polemiche. Io, invece, sento il bisogno di confermare il tutto. Non perché serva l’autorevolezza di qualcuno per convalidare ciò che vivo sulla mia pelle da decenni, ma perché finalmente qualcuno ha osato dire pubblicamente ciò che molte donne imparano nel silenzio: in questo Paese la parità è ancora un miraggio, lontanissimo.
E spesso chi la nega lo fa con una naturalezza disarmante.
Per oltre trentacinque anni ho lavorato in ambienti in cui il mio “no” non veniva percepito come un diritto, ma come un affronto al potere maschile. Ogni volta che mi rifiutavo, ogni volta che non accettavo compromessi o avances travestite da “occasioni”, la conseguenza era sempre la stessa: restavo senza lavoro. Puntualmente. Automaticamente. Come se il rifiuto femminile fosse un crimine da punire con l’ esclusione professionale.
Il mio libro La doppia vita segreta dei vip e non solo è stato spesso ridotto a un insieme di aneddoti privati di corna e bisogno di sesso. In realtà racconta decenni di dignità difesa a caro prezzo: ostilità, porte sbattute, opportunità svanite nel nulla solo perché non ho mai barattato me stessa per un contratto, una visibilità o un favore. La mia “colpa” è stata quella di non piegarmi. E l’ho pagata rimanendo, più volte, senza un impiego dopo ogni mio “no”.
Nel mio ultimo libro descrivo ciò che accade davvero, non a qualche donna sfortunata, ma a tantissime. Perché il potere maschile, in molti contesti, non si è mai evoluto: si è soltanto raffinato. E spesso viene persino sostenuto da quelle stesse donne che, pur di entrare in certi ambienti, accettano condizioni inaccettabili e poi raccontano tutto come una semplice “storia finita”. Un piccolo prezzo per un grande ritorno di visibilità.
Il grande inganno è proprio questo: ci piace recitare la parte di un Paese moderno, ma quando si parla di parità assomigliamo più al Medioevo che al XXI secolo. Troppe donne continuano a dire che “la parità ormai c’è”, ma quel racconto è comodo solo per chi ha interesse a non guardare in faccia la realtà.
E la realtà è che molti uomini ambiscono al potere non per governare, ma per controllare. Per decidere chi può lavorare, chi può emergere, chi “può permettersi” di rifiutarli. È un meccanismo radicato, antico, perfettamente funzionante.
E, soprattutto, ancora pericoloso.
Perché il femminicidio non nasce dal nulla: nasce da questo senso di supremazia, dall’idea tossica che l’uomo abbia un diritto naturale sulla vita e sulle scelte di una donna. È la punta estrema di una mentalità che, ogni giorno, si manifesta in forma più “soft”: nel lavoro negato, nella carriera bloccata, nel ricatto sottile. L’ho visto sulla mia pelle, ogni volta che ho perso un impiego perché non ho ceduto al potere di turno.
Il nostro Paese ha urgente bisogno di guardare queste verità senza più nasconderle dietro frasi rassicuranti. La parità – quella vera, quella realmente accettata da tutti – non c’è.
E finché continueremo a fingere che esista, non cambierà mai.
Se vuoi, posso anche renderla più breve, più incisiva o con un tono più giornalistico.
e uomini, in Italia, è ancora lontanissima.
È questo il punto che difendo. Non l’uomo, non il ruolo istituzionale, ma la realtà dei fatti, quella con cui molte donne, me compresa, fanno i conti da una vita.
Le dichiarazioni recenti sulla difficoltà, tutta maschile, di accettare una vera parità hanno scatenato polemiche. Io, invece, sento il bisogno di confermare il tutto. Non perché serva l’autorevolezza di qualcuno per convalidare ciò che vivo sulla mia pelle da decenni, ma perché finalmente qualcuno ha osato dire pubblicamente ciò che molte donne imparano nel silenzio: in questo Paese la parità è ancora un miraggio, lontanissimo.
E spesso chi la nega lo fa con una naturalezza disarmante.
Per oltre trentacinque anni ho lavorato in ambienti in cui il mio “no” non veniva percepito come un diritto, ma come un affronto al potere maschile. Ogni volta che mi rifiutavo, ogni volta che non accettavo compromessi o avances travestite da “occasioni”, la conseguenza era sempre la stessa: restavo senza lavoro. Puntualmente. Automaticamente. Come se il rifiuto femminile fosse un crimine da punire con l’esclusione professionale.
Il mio libro La doppia vita segreta dei vip e non solo è stato spesso ridotto a un insieme di aneddoti privati di corna e bisogno di sesso. In realtà racconta decenni di dignità difesa a caro prezzo: ostilità, porte sbattute, opportunità svanite nel nulla solo perché non ho mai barattato me stessa per un contratto, una visibilità o un favore. La mia “colpa” è stata quella di non piegarmi. E l’ho pagata rimanendo, più volte, senza un impiego dopo ogni mio “no”.
Nel mio ultimo libro descrivo ciò che accade davvero, non a qualche donna sfortunata, ma a tantissime. Perché il potere maschile, in molti contesti, non si è mai evoluto: si è soltanto raffinato. E spesso viene persino sostenuto da quelle stesse donne che, pur di entrare in certi ambienti, accettano condizioni inaccettabili e poi raccontano tutto come una semplice “storia finita”. Un piccolo prezzo per un grande ritorno di visibilità.
Il grande inganno è proprio questo: ci piace recitare la parte di un Paese moderno, ma quando si parla di parità assomigliamo più al Medioevo che al XXI secolo. Troppe donne continuano a dire che “la parità ormai c’è”, ma quel racconto è comodo solo per chi ha interesse a non guardare in faccia la realtà.
E la realtà è che molti uomini ambiscono al potere non per governare, ma per controllare. Per decidere chi può lavorare, chi può emergere, chi “può permettersi” di rifiutarli. È un meccanismo radicato, antico, perfettamente funzionante.
E, soprattutto, ancora pericoloso.
Perché il femminicidio non nasce dal nulla: nasce da questo senso di supremazia, dall’idea tossica che l’uomo abbia un diritto naturale sulla vita e sulle scelte di una donna. È la punta estrema di una mentalità che, ogni giorno, si manifesta in forma più “soft”: nel lavoro negato, nella carriera bloccata, nel ricatto sottile. L’ho visto sulla mia pelle, ogni volta che ho perso un impiego perché non ho ceduto al potere di turno.
Il nostro Paese ha urgente bisogno di guardare queste verità senza più nasconderle dietro frasi rassicuranti. La parità – quella vera, quella realmente accettata da tutti – non c’è.
E finché continueremo a fingere che esista, non cambierà mai.

Vorrei che voi donne tanto indignate scendeste, per la prima volta in piazza, per difendere il diritto delle altre donne a non doversi concedere anche solo per vedersi rinnovato un contratto a tempo determinato. Perché vige il silenzio quando c' è di mezzo l' argomento lavoro?

Ultima modifica ilLunedì, 01 Dicembre 2025 19:42

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