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DA DOMANI ALLA GALLERIA D'ARTE MODERNA LE MOSTRE - OMAGGIO A CARLO LEVI. L’AMICIZIA CON PIERO MARTINA E I SENTIERI DEL COLLEZIONISMO E - NINO BERTOLETTI. 1889-1971 - | 11 APRILE - 14 SETTEMBRE (VIA FRANCESCO CRISPI, 24)

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Dall’11 aprile alla Galleria d’Arte Moderna la mostra Omaggio a Carlo Levi. L’amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo

Il percorso espositivo ripercorre la carriera dell’artista torinese e la sua amicizia con Martina attraverso alcune delle opere più significative dei due artisti. In chiusura, altri diciannove dipinti inediti di Levi provenienti dalla Collezione De Lipsis Spallone

 

11 aprile – 14 settembre 2025

Galleria d’Arte Moderna

Redazione  In occasione del cinquantenario dalla scomparsa di Carlo Levi, la Galleria d’Arte Moderna di Roma ospita, dall’11 aprile al 14 settembre 2025, la mostra Omaggio a Carlo Levi. L’amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo, dedicata al lungo percorso artistico del pittore, scrittore e intellettuale torinese, in rapporto al legame umano, intellettuale e artistico intrattenuto con Piero Martina, pittore anch’egli torinese, sostenuto dallo stesso Levi sin dai primi anni di carriera.

Alla base del progetto espositivo c’è la collaborazione tra la Fondazione Carlo Levi di Roma e l’Archivio Piero Martina di Torino che ha permesso di ricostruire oltre tre decenni di sodalizio fra i due artisti, basato sulle esperienze di vita condivise in ambito artistico politico e sociale (la battaglia per un’arte europea, la dissidenza nei confronti del fascismo, l’approdo a Roma nel periodo della ricostruzione post-bellica). Oltre sessanta opere provenienti dalla Fondazione Carlo Levi e dall’Archivio Piero Martina, oltre che da importanti istituzioni culturali e collezioni pubbliche e private, che, nonostante gli esiti espressivi in certe stagioni molto diversi tra loro, risultano accomunate da un identico sguardo di umana partecipazione e dal desiderio di indagare senza retorica la realtà del nostro Paese. Centrale nel progetto espositivo è anche il legame di Levi con Roma, città dove visse stabilmente dal 1945 fino alla morte, e che rappresentò una fonte d’ispirazione continua, oltre che luogo d’impegno civile da ritrarre come il simbolo di un’Italia in trasformazione; una città dove volle attrarre, per una breve stagione, anche l’amico Martina.

A completare il percorso espositivo è la storia di un’altra amicizia, quella tra Linuccia Saba, figlia di Umberto Saba e compagna di Carlo Levi, e Angelina De Lipsis Spallone, nota collezionista romana che, dalla morte del pittore, ha arricchito la propria collezione privata (oltre 300 quadri) con l’acquisizione di diciannove dipinti inediti di Levi, oggi finalmente visibili nella speciale sezione di chiusura della mostra romana.

L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Fondazione Carlo Levi, Archivio Piero Martina e la Collezione Angelina De Lipsis Spallone. È curata da Daniela Fonti e Antonella Lavorgna (Fondazione Carlo Levi) e Antonella Martina (Archivio Piero Martina) mentre la sezione dedicata alla Collezione Angelina De Lipsis Spallone è curata da Giovanna Caterina De Feo. Catalogo: Silvana Editoriale. Organizzazione Zètema Progetto Cultura. L’esposizione si inserisce all’interno della programmazione, avviata nel 2024, con cui la Sovrintendenza Capitolina celebra il centenario dell’istituzione della Galleria d’Arte Moderna (1925-2025).

IL PERCORSO ESPOSITIVO

Carlo Levi è un pittore già affermato quando, negli anni Trenta, il giovane Piero Martina si affaccia sulla scena artistica torinese. Il legame tra i due si approfondisce in occasione della prima mostra di Martina alla Galleria Genova nel 1938, presentata dallo stesso Levi che lo sostiene e incoraggia nella ricerca di un linguaggio espressivo autonomo. Nella prima sezione dal titolo La formazione, l’ambiente intellettuale torinese, sono poste a raffronto le opere rappresentative di questo periodo, incentrato sulla cultura figurativa del gruppo dei “Sei di Torino” che Levi aveva contribuito a fondare. Se le opere di quest’ultimo sono caratterizzate - dopo un avvio di figurazione dai volumi netti sotto la luce (quasi “realismo magico”) - dall’approdo ad una pennellata morbida e avvolgente di natura più sensuale (Le officine del gas, 1926; Lelle seduta con cappellino, 1933), la pittura di Martina si rivela come uno schermo vagamente colorato e iridescente che nasconde le cose invece di rivelarle (Interno dello studio con cappello, 1937, Figura con maschera, 1938, Ritratto di donna con cappello, 1937).

La seconda sezione Da Torino a Roma: suggestioni, aperture e nuove ricerche accompagna il visitatore nel passaggio dal periodo torinese, in cui il fascino discreto della loro città si rivela nei ritratti di familiari e amici, nelle nature morte e negli scorci cittadini realizzati dai due artisti (Tramonto con la Mole, del 1942, di Piero Martina), al periodo immediatamente successivo caratterizzato dalla tragica incombenza della guerra e dai continui spostamenti dei due. Tra il 1934 e il 1938 Carlo Levi conosce diversi arresti e il confino in Lucania, la persecuzione della polizia fascista e le leggi razziali che lo costringono a una vita di continuo nomadismo tra l’Italia e la Francia. Ma non si interrompono le occasioni di incontro e confronto con l’amico, con il quale condivide il comune senso di perdita a seguito del bombardamento delle loro case a Torino, nel 1942. In questo stesso anno realizzano l’uno il Ritratto dell’altro. Dalle atmosfere lievi e intimiste dei primi lavori, nei primi anni Quaranta Piero Martina si avvicina ai linguaggi contemporanei più antiaccademici (la Scuola Romana, ad esempio) e passa a un uso del colore più fermo e studiato (Ragazza al clavicembalo, 1940; Rose e conchiglie, 1942).

Levi, invece, a partire dal suo confino lucano si lascia catturare dai temi del sociale rappresentando la miseria dei contadini del sud Italia, abbandona le trasparenze del periodo precedente per concentrarsi su strutture più robuste, dense e “ondose”, che definiscono uno spazio percepito come mobile e trascorrente (Autoritratto con fornello, 1935 Tetti di Roma, 1951).

Dopo una breve parentesi fiorentina nel 1943 e l’esperienza alla Biennale del 1948, alla quale entrambi partecipano, arriva un punto di svolta agli inizi degli anni Cinquanta quando Martina, quarantenne, si stabilisce a Roma dove Levi risiedeva già dal 1945. Insieme frequentano i vivaci circoli artistici della Capitale, centro nevralgico di un movimento di riconquista delle libertà espressive sacrificate durante il ventennio e di energie convergenti da tutta Europa, nelle arti come nella letteratura, nel cinema e nella fotografia. È La stagione dell’impegno civile - titolo della terza sezione della mostra – che coincide con un momento di acuto confronto sociale nel paese e con una fase di profonda consapevolezza nei due artisti, del ruolo degli intellettuali nei confronti dei contadini e della classe operaia. Sono di questa fase, infatti, le opere più sperimentali di Martina legate ai temi del lavoro operaio (La Tessitrice n.2, 1952, La manifattura tabacchi, 1956), e la pittura scabra di Levi in cui ritrae le difficili condizioni delle classi subalterne e contadine del Sud (Il Ragazzo Aleandro, 1952, Fratelli, 1953, Contadine rivoluzionarie, 1951).

Il lungo decennio della “ricostruzione” lascia il posto, negli anni Sessanta e oltre, a una ricerca più personale da parte dei due artisti, lontano dal dibattito contemporaneo. La quarta sezione, Il nudo e il paesaggio, temi coinvolgenti, accoglie alcuni lavori delle loro ultime stagioni pittoriche, dominate da un orizzonte tematico simile in cui prevale un rinnovato interesse per la natura, un vagheggiato Eden popolato da nudi e silhouette, antiche divinità e inattese apparizioni. Anche questa volta, però, la resa pittorica è quasi all’estremo opposto: figure in primo piano, assottigliate e indecifrabili, caratterizzano i dipinti di Martina, la cui pittura – sia che si concentri sulla rappresentazione di paesaggi che su quella di nudi corporei – sembra ritrarsi dal fondo per apparire come un connubio indissolubile tra luce e colore (come in Paesaggio meridionale, 1949 e Alberi e Nudi nella vigna verde, 1961). Al contrario Levi sperimenta una materia densa e afosa, rappresentazione di un mondo vegetale drammatico e onirico. I nudi e i paesaggi dai colori levigati degli anni giovanili, lasciano ora il campo a opere complesse come Donne furenti del 1934 o Alberi del 1964.

Conclude il percorso espositivo la sezione Le opere di Carlo Levi nella Collezione di Angelina De Lipsis Spallone. Medico e amante dell’arte, Angelina De Lipsis Spallone (1926-2020) è stata una collezionista dallo sguardo attento alla migliore arte nazionale e internazionale del suo tempo. Fa parte di questa collezione un importante corpus di diciannove dipinti inediti di Carlo Levi, esposti ora per la prima volta, acquisiti grazie all’amicizia con Linuccia Saba, figlia di Umberto e compagna di Levi negli anni romani. La raccolta di opere leviane racconta quasi per intero il percorso dell’artista: dagli esordi, con la Natura morta del 1926, il Piccolo nudo di poco successivo o il giovanile Autoritratto in rosa del 1928, agli anni Trenta, segnati dall’esperienza dei “Sei di Torino” (La Donna sul divano, il Ritratto sulla sedia a sdraio (Francesca) e la Donna col cagnolino) e dall’influenza espressionistica su alcuni suoi lavori (La Raccoglitrice di Conchiglie, il Nudo di Palazzo Altieri e una Natura Morta). Di questo periodo è anche Il Nudo di donna che reca sul verso Donna con il cappellino, un intenso ritratto di Paola Olivetti. A seguire, si passa alla svolta neorealista degli anni Cinquanta con il Ciclo della Lucania rappresentato dal dipinto La Madre, per poi concludere la sezione con le ultime stagioni pittoriche degli anni Sessanta e Settanta rappresentate dagli alberi e dalle vedute del Ciclo di Alassio (La Vigna, Il Paesaggio di Alassio con falò, L’erpice e gli Attrezzi) e dai quadri della serie degli Amanti, un tema elaborato dall’artista già negli anni Trenta e diventato molto ricorrente nell’ultimo ventennio del suo percorso, con i profili di un uomo e di una donna che si fondono, unendosi in un unico abbraccio.

 

 

Nino Bertoletti

1889-1971

Oltre quaranta opere, molte delle quali inedite, per raccontare la storia di un

artista poliedrico e “sfuggente”, interprete appassionato della cultura italiana di inizio Novecento

11 aprile 2025 – 14 settembre 2025

Galleria d’Arte Moderna

Via Francesco Crispi, 24 – Roma

 

 

Roma, 10 aprile 2025 – Pittore e illustratore ma anche collezionista, mercante d’arte e giornalista in dialogo con l’avanguardia e i neoclassici, amico di artisti come Giorgio de Chirico, Cipriano Efisio Oppo e Fausto Pirandello ma anche di letterati come Luigi Pirandello e Massimo Bontempelli e in contatto con critici come Roberto Longhi e Lionello Venturi, Nino Bertoletti (Umberto Natale Bertoletti, Roma, 1889-1971) è stato un artista di straordinaria poliedricità, il cui profilo non può essere ridotto alla sola figura del pittore. A questa figura straordinaria di intellettuale, a più di trent’anni dall’ultima mostra dedicata al suo lavoro, dall’11 aprile al 14 settembre 2025, la Galleria d’Arte Moderna di Roma dedica la retrospettiva Nino Bertoletti. 1889-1971, a cura di Pier Paolo Pancotto, che ne affronta la complessità artistica e intellettuale.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata in collaborazione con l'Archivio Nino e Pasquarosa Bertoletti, la mostra attraversa l’intera produzione di Bertoletti con opere pittoriche, disegni e illustrazioni realizzati tra il 1902 e la fine degli anni Sessanta (oltre ad un raro filmato che, a distanza di quasi un secolo, ne rende visibili le sembianze), in un percorso cronologico che cerca di restituire la ricchezza di una produzione che, per carattere, l’artista tenne nascosta ai più, e di cui in gran parte sono andate perse le tracce. L’atteggiamento riservato, che lo porta in alcuni momenti a scomparire dalle occasioni espositive – come tra la IV Secessione del 1916 e la II Biennale romana del 1923 – e il carattere votato alla sobrietà hanno contribuito a rendere la sua figura sfuggente e, fino a oggi, parzialmente sconosciuta.

Un’operazione che – come furono l’antologica a Palazzo Barberini a Roma nel 1974, nata per volere della moglie Pasquarosa e promossa da Giovanni Sangiorgi col contributo di Jacopo Recupero, Giorgio de Chirico, Libero de Libero, Renato Guttuso, Carlo Levi, e la personale a Palazzo Rondanini alla Rotonda a Roma nel 1990, curata da Valerio Rivosecchi e Maurizio Fagiolo dell’Arco – ha il sapore della riscoperta dopo molti anni di silenzio, e si propone di riportare luce sulla figura dell’artista nella sua città e nel contesto in cui è nato, è morto e ha speso l’intera esperienza individuale e professionale.

La mostra Nino Bertoletti. 1889-1971 presenta opere provenienti principalmente dall’Archivio, da collezioni private e da musei come la Galleria d’Arte Moderna, i Musei di Villa Torlonia e il Museo di Roma Palazzo Braschi, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea da cui trapela l’influenza delle continue visite a musei e mostre in tutta Europa, lo studio appassionato dei grandi maestri del passato – da Goya a Courbet, da Velázquez a Géricault, Cézanne e Degas – la vicinanza ad autori coevi come Armando Spadini, e la sua cultura letteraria, testimoniata da una selezionata biblioteca in cui troviamo volumi francesi, tedeschi, inglesi e italiani.

Come rileva Pier Paolo Pancotto nel testo in catalogo, “dopo un espressionismo iniziale, Bertoletti volge presto a una visione più organica e stabile della composizione pittorica. Una solidità strutturale, la sua, che, introdotta dalla virata ‘neoclassica’ alla Biennale romana del 1923, s’assesta subito dopo su un più cauto realismo a tratti ‘magico’, a tratti alimentato da eco provenienti dalla cultura figurativa antica sotto l’influenza dei fantasmi di un passato che egli stesso coltiva costantemente attraverso preziose letture, visite ai musei internazionali e un contatto diretto con le opere dei grandi maestri, alcune delle quali possedute come collezionista, altre alienate come antiquario. Emblematici, in tal senso, i lunghi itinerari compiuti in Francia e Spagna nel 1925, in Spagna, Portogallo e Svizzera nel 1939, a Genova, Milano, Bellinzona, Zurigo, Winterthur, Baden, Venezia nel 1946, alternati a lunghi e ripetuti soggiorni in varie città d’Italia e d’Europa, Venezia e Parigi in particolare. Senza dimenticare il precocissimo viaggio di ‘formazione’ compiuto in Germania nel 1906: nato per completare il suo apprendistato in campo professionale, in linea con le imprese di famiglia, si trasforma in occasione per conoscere la lingua e la cultura tedesca; e per comprendere, forse, una volta per tutte, la propria vocazione.

Le opere che troviamo nelle prime due sale, realizzate tra gli anni Dieci e Trenta del Novecento – dagli esordi pittorici nell’ambito della Secessione fino agli anni Venti, nella prima sala, e poi negli anni Trenta, nella seconda sala – sono quelle del periodo più intenso del suo percorso, quando partecipa ripetutamente alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma e collabora all'organizzazione di eventi istituzionali, progettando anche un intervento architettonico per via della Conciliazione e contribuendo alla decorazione di un cantiere dell'Eur a Roma.

Dopo un espressionismo iniziale, il linguaggio pittorico approda a una visione più organica e stabile della composizione, per poi assestarsi nella direzione di un realismo quasi magico, a tratti alimentato da una cultura figurativa antica che costantemente studia e coltiva, come dimostrano le opere esposte nella terza sala, che concentrano la produzione del secondo dopoguerra.

Uno spazio importante nella mostra è dedicato alla produzione grafica e alle illustrazioni – filone della produzione di Bertoletti fin qui poco indagato – con cui si chiude il percorso espositivo.

La carriera di Nino Bertoletti si sviluppa in parallelo a quella della moglie Pasquarosa (1896-1973), pittrice di rilievo con cui condivide viaggi ed esperienze culturali, oltre al grande amore per l’esercizio creativo. Pasquarosa – alla quale non solo insegna a dipingere, ma anche a leggere e a scrivere, e con la quale condivide un continuo scambio di segrete e amorevoli collaborazioni – è la sua eterna musa e leitmotiv del suo repertorio. In mostra la ritroviamo nelle sembianze della modella adolescente come in quelle della giovane madre, fino a ritratti in cui è una signora e poi una donna anziana, la cui bellezza viene interpretata ormai solo attraverso il filtro del cuore.

Con la mostra Nino Bertoletti. 1889-1971 la Galleria d’Arte Moderna di Roma restituisce visibilità a un artista la cui poliedricità intellettuale costituisce il tratto distintivo del suo operato. Con un percorso che racconta l’impegno in campo pittorico, grafico, architettonico, giornalistico e pubblico, la mostra fotografa un interprete originale e rappresentativo della stagione precedente il secondo conflitto mondiale, quando multiformità d’ingegno e varietà d’azione erano una nota di merito.

Il catalogo che accompagna la mostra – edito da Dario Cimorelli Editore, con saggi di Pier Paolo Pancotto, Flavia Matitti, Francesca Romana Morelli, Dina Saponaro, Lucia Torsello, Marinella Mascia Galateria, Valerio Rivosecchi – approfondisce il lavoro pittorico di Bertoletti ma anche quello nella grafica, nell'architettura e nella programmazione culturale, sottolineando la sua natura innovativa di attore culturale a 360 gradi.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata in collaborazione con Archivio Nino e Pasquarosa Bertoletti. A cura di Pier Paolo Pancotto. Servizi museali: Zètema Progetto Cultura. Sponsor: Intesa Sanpaolo; Tenderstories; Italiacommunications - A Strategic Communication Agency; Assocomunicatori – Associazione Nazionale Comunicatori di Impresa. Con il sostegno di: Dual-Aspect Studio e GLF Costruzioni. Catalogo: Dario Cimorelli Editore.

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