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I RAGAZZI CHE INCONTRARONO DIO...E CON LUI DIALOGARONO!

Fairchild Fh-227 Fairchild Fh-227

Redazione-  C'è un momento nella vita di ognuno di noi, un preciso istante della nostra esistenza dove ci ritroviamo a fare i conti con noi stessi ed inevitabilmente incontriamo o ci scontriamo, finalmente, con quel Dio che sin da bambini abbiamo imparato ad amare ed a credere in lui e nel suo operato! Anni fa ho avuto modo di poter vedere ed apprezzare una pellicola cinematografica degli anni 90, dal titolo "Alive". Il film narrava la drammatica vicenda di un disastro aereo avvenuto sulle Ande il 13 ottobre del 1972. Un piccolo aereo, un Fairchild Fh-227, noleggiato da una squadra di rugby uruguaina, era partito da Montevideo alla volta del Cile, con a bordo non più di cinquanta persone, tra passeggeri ed equipaggio, per poi schiantarsi, lungo il tragitto, su di una montagna della  Cordigliera delle Ande. In questi giorni sulla nota piattaforma di streaming "Netflix" è possibile poter vedere "La società della neve", un nuovo film sul disastro aereo che più che un rifacimento di "Alive" del 1993, diretto da Frank Marschall, è un adattamento dell'omonimo libro di Pablo Vierci, che documenta i racconti dei 16 ed unici sopravvissuti allo schianto e che è anche stato selezionato per rappresentare la Spagna ai premi Oscar del 2024, nella sezione come miglior film internazionale. Quest'ultimo adattamento cinematografico, diretto magistralmente da J.A.Bayona, ripercorre anch'esso i tragici eventi che si consumarono subito dopo lo schianto del velivolo e la drammatica vicenda dei 16 passeggeri superstiti al disastro. Conoscere questa storia non è solo apprendere un fatto di cronaca, avvenuto oramai oltre cinquant'anni fa, ma è  un dovere. Si proprio così, una sorta di obbligo morale perchè non si parla e non si  piangono le morti di un incidente aereo come, ahimè, ne conosciamo altri nella storia della aviazione ma da questo tragico accadimento apprendiamo quanto il coraggio, l'amore per il prossimo, la fratellanza, la resilienza, siano quelle peculiarità che andrebbero, oggi come oggi, rispolverate e nuovamente messe in pratica per una umanità degna di essere chiamata ancora tale. Ripercorrendo i fatti...: nel lontano 12 ottobre del 1972, il Fokker F27 della Fuerza Aerea Uruguayana, noleggiato per l'occasione da una squadra di rugby locale, gli "Old Christians Club", decollò dall'aeroporto Carrasco di Montevideo alla volta di Santiago del Cile. Il gruppo di giovani sportivi avrebbe dovuto disputare un incontro al di là della Cordigliera delle Ande ed a bordo dell'aeromobile vi erano, oltre alla squadra al gran completo, tecnici, familiari ed amici, i due piloti ed uno stewart. Il piano di volo prevedeva un viaggio diretto dall'Uruguay fino al Cile, senza scali intermedi, ma a causa delle previsioni meteorologiche avverse, i due piloti, con migliaia di ore di volo alle spalle, decisero di atterrare all'aeroporto di Mendoza e di trascorrere la notte in loco. il giorno a seguire, nonostante il tempo non fosse migliorato più di tanto, e per diverse altre ragioni, i due piloti scelsero di ripartire per Santiago. Purtroppo l'esito del secondo volo è tristemente noto a tutti e dopo un'attenta e scrupolosa indagine in merito, che ha attribuito il disastro ad una serie di errori da parte del pilota, il volo si schiantò alle ore 15.31, a circa 4200 metri di altitudine sulla parete di una montagna. L'aereo, dopo l'impatto, si squarciò in due all'altezza della cambusa. La parte posteriore precipitò nel vuoto portandosi con se, ad un triste destino certo, i passeggeri di quel settore. La fusoliera, priva delle sue due ali, oramai ingovernabile, colpì un altro spuntone roccioso e planò su di una ripida spianata nevosa per circa due km, arrestando bruscamente la sua discesa su di un ammasso di neve. Delle 45 persone a bordo, dodici morirono nell'impatto, altri persero la vita catapultati fuori dopo il distacco della coda. Tra i sopravvissuti della fusoliera, alcuni avevano le gambe spezzate e altri presentavano ferite di vario genere ma soprattutto nessuno aveva a sua disposizione vestiti adatti per resistere alle temperature proibitive dei 3657 metri di altitudine, dove la fusoliera era "atterrata". Da qui ha inizio una vera e propria lotta per la sopravvivenza, senza eguali nella storia umana. Due dei sopravvissuti, giovani studenti in medicina all'epoca, Canessa e Zerbino, prestarono i primi soccorsi, pur non disponendo di alcun presidio o materiale medico ma solo consigliando ai feriti di posizionare gli arti fratturati nella neve, per alleviare il dolore. Durante i giorni a seguire, le circostanze cominciarono  a farsi ancor più drammatiche. Con temperature notturne al di sotto dei trenta gradi centigradi sotto lo zero, senza cibo ne acqua, senza un abbigliamento idoneo e senza un vero e proprio riparo al chiuso, a parte la fusoliera o quel che ne rimaneva che venne adoperata  come riparo di fortuna, i primi superstiti all'impatto, cominciarono a morire di stenti ed a causa delle gravi ferite riportate. E poichè si sa, le notizie cattive non viaggiano mai da sole, anche in questo caso le sventurate vittime al disastro aereo, hanno dovuto fare in conti anche con una valanga che per giorni ha sommerso loro e quel che rimaneva del velivolo, intrappolandoli in una gabbia di ghiaccio e neve per ben quattro giorni e quattro notti. Quest'ultima sventurata circostanza, non presa in considerazione e non calcolata, decimò i superstiti, portandosi con se altre otto anime. I giorni successivi non furono da meno e dopo aver appreso da una piccola radio a transistor recuperata dai bagagli di un passeggero che le ricerche erano state sospese perchè creduti tutti deceduti, i pochi sopravvissuti cominciarono a far gruppo per davvero ed a prendere decisioni importanti. Tra quest'ultime,alcune delle quali, sindacabili o meno, li avrebbero tratti in salvo e portati ai giorni nostri a raccontare una vicenda che ha dell'inverosimile. Consumate le inesistenti ed inadeguate razioni di cibo che avevano a loro disposizione, come qualche bottiglia di vino, un barattolo di marmellata e qualche stecca di cioccolato, i sopravvissuti presero la tormentata decisione di non lasciarsi morire di fame e di continuare a vivere cibandosi dei cadaveri dei compagni deceduti che erano stati sepolti nella neve vicino alla fusoliera. Non fu questa, una scelta facile nè una decisione immediata. Dopo interminabili ore consumate a dibattere su questioni etiche, religiose e laiche, il gruppo, poco a poco scese di rompere il tabù primitivo, esclusivamente per puro spirito di sopravvivenza. Se questa decisione non fosse stata presa tempestivamente... se cosi non fosse stato, oggi non avremmo avuto modo di conoscere questa storia cosi unica nel suo genere e soprattutto i familiari delle vittime, credute tali fino a quel momento, non avrebbero mai potuto riabbracciare i loro cari. Inoltre grazie al coraggio di Parrado e Canessa che decisero di non morire e di non lasciar morire i propri compagni li sul posto, scelsero di partire per una disperata spedizione di soccorso. A piedi, denutriti, privi di indumenti e con un sacco a pelo ricavato da del materiale di rivestimento impermeabile di alcune tubature presenti sull'aereo, i due si mossero dal campo di fortuna alla volta del Cile e da soli, spinti dall'amore, dall'altruismo e dal  coraggio, percorsero circa sessanta km in alta quota, dove l'ossigeno è carente e inverosimilmente riuscirono a scalare le Ande e a ritrovarsi sulle verdi vallate del Cile dove incontrarono il mandriano Sergio Catàlan che li trasse in salvo  dopo 72 giorni dall’incidente e che da li a poco allertò le autorità competenti. Il resto è storia...il resto appartiene ai giorni nostri così come i 16 sopravvissuti che dalla morte sono tornati alla vita, sono ritornati a noi per raccontarci il loro incontro con Dio! Potrei aggiungere un'infinità di altre mie personali riflessioni ma a cosa servirebbe? Conoscere questa storia, metabolizzarla, farla propria come parte del nostro vissuto...solo così potremmo trarre a nostro vantaggio il significato di una così eccezionale esperienza. Forse il coraggio, forse l'altruismo e l'amore, forse la resilienza...la capacità di resistere, fronteggiare e riorganizzare la propria vita dopo un evento negativo o forse ancora il fato, il destino possono  rappresentare la chiave di lettura per una vicenda di una tale portata?

Mi piace pensare che Dio non è con noi solo nei miracoli intrisi di effetti speciali. Mi piace pensare che Lui è con noi in ogni singolo passo delle nostre esistenze e pur non intervenendo come noi vorremmo, sempre Lui, ci è vicino come nessuno nei momenti più bui e solitari delle nostre vite. Cosi come i 16 sopravvissuti al disastro aereo delle Ande, anche a noi è data la possibilità di incontrare Dio nel nostro percorso di vita terreno...basta avere solo il coraggio di aprire gli occhi ed il nostro cuore!

Ultima modifica ilLunedì, 22 Gennaio 2024 17:50

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